FAIL (the browser should render some flash content, not this).
 
 






--- Animali,numeri, colori 

--- Cameo 

--- Elementi autobiografici 

--- Interviste 

--- Attore feticcio

--- Occhi d'argento 

--- Influenze argentiane

 

GLI OCCHI D'ARGENTO

L’occhio nei film di Argento è un elemento fondamentale. Strumento voyeuristicamente quasi erotico di “penetrazione” della realtà, ma anche di “impotenza”, perché di questa, il più delle volte, riesce a coglierne solo l’apparenza. L’occhio umano capta in qualche modo la verità, ma riesce a restituirla al protagonista-spettatore solo a piccole dosi, pian piano, attraverso delle tappe e un percorso faticoso di rielaborazione, basato sulla memoria. Che si sviluppa, nei film di Argento, secondo un meccanismo narrativo in cui il protagonista coglie già al principio il dettaglio rivelatore, (“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Profondo rosso”, ecc.) ma non l’identità del killer che focalizzerà solo al termine della vicenda.

Ne ”L’uccello dalle piume di cristallo”, Sam Dalmas assiste casualmente ad un tentativo di omicidio e qui c'è un particolare che non gli torna. Con una assoluta coincidenza fra l’occhio "ingannato" del protagonista e quello dello spettatore, in quanto l’assassino si vede sin dall’inizio. E’ lì sotto i nostri occhi, ma non ce ne rendiamo conto. Non a caso la frase ricorrente in molti film di Argento è: “c’è un particolare che ancora mi sfugge”, che diventa il punto di partenza per una sorta di “Odissea” alla ricerca della verità, quella che l'occhio vede-non vede. La vista inganna ed è su questo particolare che il cinema di Argento si diverte a giocare con noi.

Ne “Il gatto a nove code”, il particolare dell’occhio, esplorato fin nelle minime contrazioni pupillari (associate ad un perfetto scatto della macchina fotografica) di fronte alla cecità dell’enigmista Arnò, rivela la personalità schizoide dell’assassino, anticipandone le gesta omicide. L’occhio diventa, in questo caso, elemento espressivo di un dramma-psicologico, quello personale dell’omicida, per poi coincidere, nelle reiterate e preziosissime soggettive, imitate ovunque, con il punto di vista dello spettatore stesso. La forza di Arnò, in questo caso, è proprio la sua impossibilità a vedere e, quindi, ad esserne tratto in inganno.





L’occhio amplifica la sua funzione divenendo fisicamente elemento centrale nello sviluppo della trama in “Quattro mosche di velluto grigio”, quando è addirittura l’ultima immagine rimasta impressa nella retina della vittima a rivelarci non l’assassino, ma un ennesimo geniale "bluff" argentiano, quello delle quattro mosche.

In “Profondo rosso” è l’occhio di Mark, assieme a quello dello spettatore, a rimanere ingannato da quello che appariva un quadro ed invece era uno specchio, quindi fonte di una realtà riflessa ed invertita. Mark, insieme a noi, vede già l’assassino all’inizio del film, ma ha una falsa percezione della realtà. Di qui nasce ancora una volta l'errore. E si concretizza, alla fine, l’ennesimo cinico gioco-inganno argentiano.

E ancora in “Profondo rosso” la splendida immagine in soggettiva dell’assassino che si alza dal suo posto in platea, rivela una completa coincidenza con lo spettatore cinematografico. E l’occhio truccato, ripreso nel dettaglio, ci avvicina psicologicamente alla natura dell’assassino, alla sua follia omicida, al rito che precede ogni delitto, oltre a costituire un astuto espediente per fuorviare circa l’identità sessuale dell’omicida. E il pesante trucco dell’occhio diventa, a sua volta, il “trucco” dell’abile regista per condurci ancora una volta fuori pista.

In “Suspiria” sono i due occhi spuntati irrazionalmente da qualche parte, lì fuori nel buio dietro una finestra a preannunciarci la morte delle due ragazze. E sarà proprio la mancanza di un punto di vista, sempre in “Suspiria” a diventare elemento di vulnerabilità. Non per la povera vittima , Daniel, che è un non vedente, ma per lo spettatore che, dopo l’inquadratura "a schiacciamento" dall'alto, mai potrebbe immaginare un attacco “dal basso” da parte del suo fedele cane.

“Opera” riporta all’attenzione il tema dello sguardo forzato e l’occhio diventa fonte di tormento e sofferenza. Con gli spilli, l'assassino costringe la protagonista (e lo spettatore) a tenere gli occhi aperti di fronte alla realtà; e quando l’occhio è alla ricerca della verità lo fredda attraverso lo spioncino di una porta. E, ancora, sarà l’occhio dell’assassino a diventare oggetto e “trofeo” di caccia, da parte dei vendicativi corvi, nel teatro.
E proprio l’occhio dello spettatore si incardina, negli ultimi film di Argento sempre più nello strumento dell’assassino, mostrando l’omicidio, secondo non più una prospettiva oggettiva, o quella soggettiva (umana) del killer, ma attraverso l’arma stessa che provoca la morte. Due esempi: quello delle forbici in “Opera” che frugano (e con esse la cinepresa) nell’esofago della sarta alla ricerca di una catenina ingoiata. E in “Due occhi diabolici”, dove la lama oscilla (è Rod, il sadico fotografo-regista ad innestare il perverso meccanismo) e con essa la macchina da presa, attraversando la carne lacerata del cadavere di una donna.
 
 
• darioargento.it  | Tutti i diritti sono riservati      • credit home | biografia | filmografia | collaboratori | televisione | produzioni | dossier | argento e...